Ultima modifica: 31 Gennaio 2019

Per non dimenticare il passato: viaggio di istruzione a Milano al Museo della Shoa

In occasione della Giornata della Memoria, riproponiamo l’esperienza molto toccante dello scorso anno.

Mercoledì 28 marzo 2018 le classi 3°A-B-C della scuola Secondaria “M. Gabellini” di Coriano (accompagnate dai Proff. Cavallucci, Deli, Donati, Grossi, Michelini e Zangheri) si sono recate a Milano per il viaggio di istruzione.

Il momento più toccante del viaggio si è avuto con la visita al Memoriale della Shoah. Sotto la stazione Centrale si nasconde un luogo che fa tristemente parte del nostro passato, ma che in pochi conoscono: il Binario 21. Non è né una replica del binario 21 attualmente attivo in stazione né di un binario “qualsiasi”. Ma è il luogo da cui ebbe inizio l’orrore della Shoah a Milano. Da qui partirono, tra il 1943 e il 1945, i treni pieni di deportati ebrei diretti ai campi di sterminio nazisti. In tanti partirono, in pochissimi tornarono (tra i superstiti Liliana Segre).

Il Binario 21 oltre ad essere un luogo della Memoria è diventato il Memoriale della Shoah di Milano e ad esso collegato c’è un progetto più ampio che ha lo scopo di rendere omaggio alle vittime dello sterminio e di far nascere un contesto vivo e dialettico in cui rielaborare attivamente la tragedia della Shoah. E, soprattutto, per non dimenticare.

Ad accogliere i visitatori c’è una grande scritta che non passa di certo inosservata: INDIFFERENZA. La guida, Sig.ra Mia, ci ha informato che questa parola è stata scelta con cura e sta a rappresentare il sentimento che, più di ogni altro, ha fatto patire gli ebrei: l’indifferenza della gente nei confronti di ciò che stava accadendo.

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Nel “cuore” del memoriale si trovano quattro carri merci dell’epoca, uguali a quelli che si avviarono alla volta dell’inferno. Tra il dicembre 1943 e il gennaio 1945 partirono da qui una ventina di convogli stipati di ebrei e di oppositori politici. In ogni vagone stavano dalle 50 alle 80 persone, ammassate come bestie da macello. Non c’erano finestre, se non qualche fessura. Non veniva dato da mangiare né da bere ed i bisogni fisiologici si facevano in un secchio. Il viaggio durava 7 giorni e non tutti arrivavano a destinazione.

Lungo il Muro dei Nomi si trova una grande installazione in cui sono riportati i nomi delle 774 persone che vennero deportate: in bianco le vittime e in giallo i pochi sopravvissuti (22). I nomi non sono statici ma vengono messi in evidenza a rotazione, per restituire dignità a queste persone.

All’interno del memoriale c’è anche un luogo di riflessione, ricavato in una fossa di traslazione della stazione. Il suo interno è volutamente opprimente e buio (l’unico spiraglio di luce è una striscia che indica l’est) ed ha lo scopo di stimolare la riflessione ed il raccoglimento, perché il memoriale non vuole essere soltanto un monumento alla memoria di chi non c’è più, ma anche un luogo per riflettere.

Proseguendo la visita, la guida ci ha condotto nel luogo dove partivano i vagoni. Siamo saliti su uno di questi per cercare di “percepire” l’angoscia provata da queste persone ammassate una sull’altra in uno spazio ridotto, costrette a stare in piedi per almeno una settimana di viaggio, senza più alcuna dignità, con i bambini che piangevano per la fame. Il treno era lento e si fermava di notte per scaricare il contenuto dei secchi. Dentro questi vagoni faceva molto freddo in inverno, mentre in estate mancava l’acqua e faceva talmente caldo che sembrava di stare in un forno. Non di rado, qualcuno impazziva e sbatteva il capo contro la parete del vagone…

I tedeschi consideravano queste persone alla stregua di animali. Molti morivano e solo i più forti riuscivano a sopravvivere. I cadaveri venivano lasciati nel vagone finché non si arrivava a destinazione (non si voleva infatti far trapelare nulla di quanto stava accadendo). Solo a quel punto i corpi venivano prelevati e bruciati nei forni crematori. I sopravvissuti entravano nei campi di sterminio per poi essere smistati dai tedeschi: solo quelli che erano abbastanza forti per lavorare venivano impiegati nel campo, mentre i più deboli venivano subito messi nelle camere a gas.

Un’esperienza davvero toccante che ha coinvolto alunni e docenti in modo significativo e che fa riflettere su come sia importante essere consapevoli di come certe atrocità non debbano mai più accadere perchè  “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.”  (Primo Levi)

 

 




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